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Fare la mamma non e’ un lavoro

Qualche giorno fa ho visto un video su facebook , nel quale un ipotetico datore di lavoro intervista alcuni candidati per un posto, proponendo nessuno stipendio in cambio di un impegno durissimo e ininterrotto. Alla fine si capisce e si svela che il lavoro in questione è quello della “mamma”, con scena finale degli increduli intervistati che ringraziano la propria genitrice per tutto ciò che ha fatto per loro. Il video è chiaramente volto a sensibilizzare sul ruolo fondamentale che hanno le mamme e su quanto dovremmo essere grati, e mi ci sono anche commossa, sarà perchè questa settimana l’ho passata davvero brutta, con tutte e due le bimbe malate. Perche’ davvero le mamme si fanno un mazzo cosi, sia le mamme lavoratrici che quelle a tempo pieno, e spesso il loro impegno non viene sufficientemente apprezzato né socialmente riconosciuto.

Poi però, proprio stanotte, mentre mi alzavo per l’ennesima volta stile zombie per soffiare il naso alla piccola, ci ho ripensato, a quel video, e ho capito che c’era qualcosa, un messaggio neppure troppo subliminale, che mi dava fastidio, e cioè il voler far passare una certa immagine di madre sempre devota e sempre perfetta, la madre che si dedica anima e corpo ai figli e solo a loro, la madre instancabile sempre con il sorriso, che non si risparmia e non chiede niente in cambio del suo “lavoro”. E non ci sto. Leggi il resto di questa voce

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Rivelazioni che arrivano tra capo e collo in una mattina qualsiasi

Stamani ho messo ad Alice il grembiulino di scuola pulito, ma non stirato. Non. Stirato.

Io che stiro tutto, tranne mutande e calzini.

Per un attimo mi sono sentita una schifezza, e sono stata tentata di cadere nel loop depressivo della madre degenere e della “donna di casa incapace”, ma poi ho pensato: ma davvero sono una cattiva madre se mia figlia ha il grembiule stropicciato? Lei non se ne rende conto (ma anche se fosse, non le importerebbe) e al massimo saranno le altre mamme a giudicarmi, non lei. E allora? Mi interessa davvero cosa pensano delle illustri sconosciute di come mi occupo delle mie bambine? Leggi il resto di questa voce

Brother

Ho avuto da fare nelle ultime due settimane, e ho un po’ trascurato questo mio spazio personale, ma stasera sento il bisogno di fermare qui un paio di pensieri.

Oggi è venuto a trovarci mio fratello. Forse più che a trovarci dovrei dire a salutarci, sta per trasferirsi a Budapest. Cambia lavoro, come voleva fare da un po’, ha bisogno di cambiamento e di crescita, e questa è la sua occasione. E io sono felice per lui, l’ho incoraggiato fin dall’inizio, ma mi sono resa conto di essere triste.

Non che fino ad ora ci vedessimo spesso, anzi, eppure lui stava a Milano, che da Verona sono un paio d’ore di strada. Però finiva che per un motivo o per l’altro ci vedevamo soprattutto l’estate, o a natale, insomma nelle vacanze, due o tre volte in tutto l’anno.

Ma ora mi fa un effetto strano saperlo laggiù, in una città che sembra più lontana perchè sconosciuta, grande, culturalmente diversa. Parlo come se fosse ancora un bambino, quando di anni ne ha ben 33, ma parlo da sorella maggiore, che per me è sempre “il bimbo” di casa.

E quindi oggi per me è stato un po’ un pranzo di Natale in anticipo: ho cucinato bene, ho apparecchiato con cura, c’erano i dolci e le bimbe si erano vestite belle apposta, e gli hanno fatto un sacco di feste, anche Alice che non lo vede mai ed è in genere un po’ scontrosa con chi non ha in confidenza.

Non ci vedremo a Natale, e lui parte il primo Gennaio, che mi sembra un ottimo giorno per iniziare una nuova avventura. Non so quando lo rivedrò, probabilmente a Pasqua come sarebbe stato anche se fosse rimasto a Milano, eppure ora mi sembra tra un secolo, mi sembra che mi manchi di più.

Perchè questo ho capito, che mio fratello mi manca, e che anche se dall’adolescenza in poi abbiamo condiviso pochissimo io e lui siamo legati da sempre e per sempre ; abbiamo condiviso il letto, ci siamo picchiati, abbiamo imparato a memoria interi film, abbiamo viaggiato seduti dietro nella macchina di nostro padre ammazzando la noia con giochi inventati, ci siamo retti il gioco a vicenda quando combinavamo un guaio, ci siamo ignorati, ci siamo ammazzati dal ridere, ci siamo allontanati  e poi ritrovati.

Solo lui mi capisce davvero quando si parla della nostra pesante e difficile famiglia, solo lui ride ancora con me alle battute di Caruso Pascoski, solo lui sa di me chi sono e da dove vengo, perchè viene dallo stesso posto.

 

I viaggi piu’ belli iniziano all’alba

Sabato mattina mi sono svegliata all’alba, mi sono vestita e ho fatto colazione quasi al buio, senza far rumore.

Ho dato un bacio leggero sulle guance calde di sonno delle mie bambine, attenta a non svegliarle. La sera prima le avevo avvisate che la mamma doveva andare via un po’, ma che sarei tornata prestissimo.

Sono uscita e fuori era ancora buio, la citta’ si stava svegliando mentre io, infreddolita, raggiungevo la stazione a bordo di un autobus deserto.

E’ stato strano e irreale andare via da sola, fare qualcosa solo per me. La leggerezza di dover pensare solo a me stessa, una piccola valigia e via, non ci sono abituata e fa quasi paura.

Sono partita senza sapere davvero   a cosa stavo andando incontro, quello che sapevo era che sarei stata di nuovo in un’aula universitaria, insieme ad altri studenti, e che non vedevo l’ora di iniziare.

Sono tornata ancora piu’ emozionata, con la consapevolezza che quello che dovro’ affrontare lo scopriro’ di volta in volta durante il percorso, e che di certo non sara’ facile.

Tornare allieva, rimettermi a studiare, fare un passo indietro ma con l’obiettivo di andare avanti.

Non so dove mi portera’ questo sentiero, intanto voglio godermi il viaggio, la fatica non mi spaventa.

Sono sempre in anticipo

Basta, lo dico: sono invidiosa. Non in modo esagerato e sicuramente non cattivo, nel senso che non desidero niente di male per il soggetto che invidio. Solo che desidero per me qualcosa che lui o lei ha.

Da bambina invidiavo mia cugina perchè aveva la casa di campagna di Barbie, una roba bellissima, tutta di plastica bianca e gialla e il tetto rosso, con le porte e le finestre, mentre le mie Barbie vivevano sotto alle sedie impagliate della cucina (almeno c’era un tetto, di paglia ma c’era).

Invidiavo anche la mia compagna di banco per la sua calligrafia, tutta precisa e tondina, e cercavo di imitarla con scarsissimi risultati.

Insomma, ogni tanto mi capita di invidiare qualcuno, o di ammirare, che poi è’ un modo nobile per dire la stessa cosa.

Recentemente però mi succede una roba brutta, e inaspettata: invidio le donne più giovani.

Davvero, sono incredula, non mi era mai successo, non sono una che vuole essere giovane a tutti i costi, ero già vecchia dentro a sedici anni, e sono fiera delle mie esperienze (un po’ meno delle mie rughe, ma vabbè).

Però non c’è niente da fare, è come se qualcuno mi avesse strappato una benda dagli occhi e mi stesse indicando lo specchio: Non. Hai. Più. Ventanni.

E nemmeno trenta.

Piccoli segnali a dir la verità li avevo avuti. Una mia collega ha portato dei dolci per il suo compleanno qualche mese fa: ventisei anni. Dodici meno di me. Ho rimosso questo pensiero e ho mangiato sei pasticcini.

Poi, il colpo di grazia.

Tre settimane fa è arrivata una nuova stagista. Classe 1992.

Ventitre anni. Carina. Solite battute da bar tra i colleghi maschi.

Ventitre anni. Mentre sua madre la partoriva io scrivevo “Antonio ti amo” sul diario delle superiori. Biologicamente parlando, potevo esserci io, a partorirla. Magari con Antonio come padre.

Ventitre anni. Non ha mai visto Hallo Spank e Lady Oscar, Kiss me Licia e Candy Candy.

Ventitre anni. Io a ventitre anni facevo l’università e lavoravo come cameriera. Mi sembra l’altroieri e invece son passati (urgh) quindici anni. Mi tremano i tasti a scriverlo.

E niente, devo accettare il fatto che d’ora in avanti le stagiste avranno sempre ventitre anni e tra qualche anno mi troverò a dire che hanno l’età delle mie figlie.

Non me lo aspettavo, questo scollamento drastico tra quello che sono e quello che mi sento.

Mi sono sempre sentita bene nella mia età, anzi semmai un po’ più vecchia, come mentalità o attitudine magari, del tipo che a diciott’anni non andavo in discoteca perchè non mi piaceva e gli amici mi chiamavano (scherzosamente ma non troppo) ‘pensionata’.

Ho sempre fatto le cose che volevo nel momento in cui le volevo, sono andata a convivere appena ho potuto e ho fatto il primo figlio a trentadue anni, che per la mia ginecologa ero una primipara attempata ma allora Gianna Nannini cos’è? Gianna Nonnina? (Scusate, mi e’ venuta istintiva. Ciao Gianna, ti stimo sorella, era così per dire).

Insomma, non so cosa mi prende ma quando vedo la tipa mi innervosisco, d’istinto distolgo lo sguardo, preferisco non vedere, non pensare, oppure pensare (ma mi devo sforzare) che non sono vecchia, che ho ancora tanto da fare, da divertirmi, pensare che molta fatica ce l’ho dietro le spalle e lei no (ma questo non è edificante, è come vincere perchè l’altro sbaglia la battuta, troppo facile).

E per favore sorvoliamo sul fatto che per gli uomini tutto ‘sto discorso non vale.

E che vi devo dire, c’ho la crisi dei quarantanni a trentotto. È che non mi piace arrivare tardi.

L’amore più grande è quello che non si vede

Chi dice che le mamme non fanno preferenze tra i figli è un mentitore o conosce solo mamme di figli unici.  Io credo che ciascuna mamma abbia, anche solo per un periodo, un debole per un figlio in particolare. Che non vuol dire amare di più, ma avere un atteggiamento più indulgente, o più complice con uno rispetto all’altro. Può dipendere dall’età dei bambini, magari il più piccolo ci fa tenerezza, o da affinità di carattere, o da sentirsi simili per esperienze vissute nell’infanzia.

Mia madre ha sempre preferito mio fratello, e sempre negato, ma io ero gelosa marcia e glielo dicevo spesso. Sapevo che mi voleva bene, eppure con lui aveva un rapporto speciale, intimo. Col tempo ho capito che amava molto anche me, solo che con lui si sentiva meno coinvolta, il fatto che fosse maschio la metteva al riparo dalla rivalità e poi io ero un gatto selvatico, non mi lasciavo avvicinare facilmente.

Io ci ho messo due anni ad ammettere che faccio qualche parzialità nei confronti della più piccola. Quando ho saputo di essere incinta la seconda volta, ho pianto tre giorni pensando che avrei tolto qualcosa alla mia adorata e superpossessiva primogenita, e che non avrei avuto abbastanza amore da dare a quel fagiolo che stava già dentro di me ( e l’avevo voluto, comunque).

Poi ho imparato che è vero che l’amore si moltiplica, ma che è per forza diverso; la grande mi somiglia caratterialmente, ha le stesse insicurezze e la stessa sensibilità che avevo io da piccola,  come me è una primogenita e  capisco cose di lei che ad altri sfuggono. Le leggo dentro.  Da subito abbiamo instaurato un rapporto talmente simbiotico  che a volte pensavo che lei fosse me. Poi si cresce, insieme, e ogni cosa riprende il suo posto, ma potrei dire che più che mia figlia è una parte di me, come un braccio o una gamba. Con lei, proprio come con me stessa, ho un rapporto conflittuale: ci litigo, la copro di baci, mi ci scorno, la amo alla follia e poi a volte non la sopporto, insomma siamo tuttuno.

Con la piccola è stato tutto più facile, era tutto così naturale e semplice che mi ha fatto capire che si può essere puerpere e anche felici. Dormiva, mangiava e stava tranquilla, e lo so che dicono che è il destino dei secondi, ma per me è stato un regalo di cui ancora adesso le sono  grata. Sarà il suo essere indipendente, il suo essere dolcissima e paraculissima, il suo modo di parlare buffo o i suoi boccoli biondi, ma io non riesco a dirle di no. Con lei sono mamma e basta, prendo le distanze e evito lo scontro diretto,  e poi gode della fortuna dei secondi: il primo fa da apripista, si prende tutte le ansie, le paure e le incazzature dei genitori, fa da cavia e da parafulmine. Con il secondo si sanno più cose e si prova a correggere il tiro là dove si pensa di aver sbagliato col maggiore: nel mio caso, essendo stata piuttosto severa con la prima,  tendo a viziare la seconda.

Le amo entrambe immensamente, ma ovviamente amo cose diverse in ognuna di loro: della grande amo il fuoco che le arde dentro, la curiosità per la vita e l’energia che spesso, se non controllata, diventa rabbia cieca. Amo l’ingenuità che ogni tanto la sorprende, lei che è sempre un po’ maestrina, e amo pazzamente quando ride fino alle lacrime. So che devo proteggerla prima di tutto da sè stessa, dalla mania di perfezionismo e dalla dipendenza da me.

Della piccola amo i silenzi, il senso dell’umorismo, la capacità di bastarsi e le carezze che mi regala con quelle manine tiepide; amo il suo modo buffo di parlare, e di dirmi tutto con uno sguardo, la sua serenità di fondo e i suoi riccioli biondi. Lei sa che la amo anche senza chiederlo, lei è piccola ma solida.

Nelle madri c’è una sorta di primordiale istinto di sopravvivenza: se stiamo affogando e abbiamo due figli in braccio, lasciamo andare il maggiore, perchè ha più probabilità di cavarsela. Ecco, credo che funzioni un po’ così anche nella vita: se c’è un figlio più debole, più indifeso, più problematico, è lui che riceve più attenzioni, più aiuto, e sembra che sia più amato, ma una madre in cuor suo pensa sempre all’altro: sa che se la caverà ma non si perdonerà mai di averlo trascurato.

Io non so come andrà, spero solo che ci salveremo tutti.

Una sigaretta e un post

Io non fumo, voglio dire abitualmente. Però ci sono delle volte, quando sono particolarmente incazzata e sto male, che una sigaretta me la faccio. Il gesto di inspirare e soffiare fuori il fumo riesce a placarmi, insieme alla nicotina che mi arriva al cervello mi calmano quel tanto che basta per non battere la testa nel muro o prendermi a botte da sola (e non è una battuta).

Stasera è una di quelle volte.

E’ stata una giornata pesante, stancante, iniziata male e finita peggio; di solito  cerco di evitare la rabbia, la rabbia fa male a me e a chi mi sta intorno, ma stasera non ce la faccio.

Sto male perchè stasera mia figlia ha fatto un capriccio epocale e io, per la prima volta, le ho mollato uno sculaccione.

Sto male perchè  piove, perchè al lavoro sono solo rogne, perchè ho lasciato le mie bimbe stamani ancora in pigiama per correre a lavoro, e la grande era molle e lamentosa e io l’ho lasciata lì, dicendo amore vèstiti, ma lei voleva la mamma, perchè non è mica poi così grande, anche se a me fa comodo pensare che lo sia.

Sto male perchè tra poco sarà Natale e io lo odio, odio che ci impongano di essere felici e sorridere perchè è Natale, odio che ci impongano di comprare e comprare e comprare,  e quest’anno lo odio ancora di piu’ perche’ andremo a passarlo dai miei suoceri, e non dai miei genitori.

Sto male perchè l’altro giorno sfogliavo un catalogo di giocattoli, e ancora esistono le armi finte per bambini.

Sto male perchè, per la prima volta, ho paura del mondo in cui vivo. Paura di quello che potrà succedere alle mie figlie.

Sto male perchè c’è troppa gente che parla a vanvera, ci sono troppe persone che si credono migliori di altre, tanta ipocrisia e pochi fatti. E questa gente la vedo tutti i giorni, e mi viene solo voglia di stare ancora più zitta, ancora più sola, e pazienza se poi sola lo sono davvero.

Sto male perchè anche se sono dieci anni che vivo in questa città ancora non mi sono abituata a non avere mia mamma qui vicino.

Sto male perchè mio padre non mi parla da un mese, e io non so perchè. Cioè, lo so ma non lo accetto, non accetto che lui riesca ancora a rendermi la vita così insopportabile, e non accetto che la renda invivibile alla persona che amo di più al mondo, mia madre.

E lo so che i problemi veri sono altri, e che non dovrei lamentarmi, e infatti dopo la sigaretta e questo sfogo va già meglio. Però ne avevo bisogno.

Notes From a Gherkin Jar

By Penny Pickled

Casa LaLaiza

Riflessioni strettamente personali e quotidiane su figli, uomini, musica, danza, teatro, ecologia, psicologia, letteratura, arte, giochi e tante altre diavolerie a cui nessuna donna dovrebbe mai rinunciare