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Devo dirlo a bassa voce

C’era una volta una ragazzina, chiamiamola F., che frequentava le scuole medie e aveva quattro migliori amiche.  Le chiameremo C., L., B., e D.

Frequentavano la stessa classe, e diventarono inseparabili.  Anche se non facevano tutto insieme, che il pomeriggio ognuna aveva le proprie attività e lo studio, si scrivevano lunghe lettere per raccontarsi tutto quello era successo nella settimana, quello che succedeva in famiglia, i  problemi, i sogni.

Il sabato era il loro giorno. Si trovavano il pomeriggio a casa di una di loro, a turno e a seconda degli impegni dei genitori, e passavano la serata a chiacchierare, vedere film in VHS, ridere, mangiare la pizza, ridere, ballare, ridere. Raramente uscivano, avevano dodici, tredici anni, e il massimo era andare al cinema, mangiare un panino fuori e poi tornare a casa.

Continuarono a fare cosi’ anche i primi anni di liceo, anche se adesso non erano piu’ nella stessa classe, L. era addirittura in un’altra scuola. Gli impegni aumentavano, le amicizie esterne alla loro ristrettissima cerchia erano sempre di più.

Per un paio di loro, C. e D. soprattutto, cominciarono ad esserci altri amici, altri interessi,  i primi ragazzi.  I sabati sera tutte insieme cominciarono a diradarsi. Le telefonate il pomeriggio e le lettere, anche.

F. era la piu’ timida, era imbranata con i ragazzi ed era spaventata dai cambiamenti. Non le piaceva fare tardi, andare in posti nuovi con gente sconosciuta, le faceva schifo fumare. Odiava i locali fumosi dove la musica era assordante e non si poteva parlare.

Era allo stesso tempo attratta e terrorizzata da quel nuovo mondo che le sue amiche invece trovavano irresistibile: ragazzi piu’ grandi che fumavano  e bevevano birra e vino fino a star male, che andavano in discoteca fino a notte fonda.

Comincio’ a sottrarsi a quello che la spaventava,e  le sue amiche erano troppo impegnate a crescere e trovare il loro posto nel mondo per portarsi appresso una zavorra; quando la chiamavano per uscire, sempre più spesso si sentivano rispondere no, e la chiamavano sempre meno.

F. soffriva per non essere come loro, per non riuscire a fare quello che facevano loro. E poi i suoi impegni  la chiudevano in casa, lei studiava al conservatorio e non poteva permettersi di passare il sabato e la domenica fuori con gli amici. Doveva studiare, doveva suonare.

Si stava perdendo un pezzo di vita, stava perdendo le sue migliori amiche. Sapeva che era anche colpa sua, ma non poteva a fare a meno di sentirsi vagamente tradita.

Loro la stavano abbandonando, non le volevano abbastanza bene da tenerla, da accettarla così com’era. La bambina in lei era così che si sentiva.

Dopo il liceo ognuna prese una strada diversa, C. e B. andarono in altre citta’ a fare l’universita’, a costruire la propria vita.

Non c’erano ancora i cellulari, e F. perse completamente le tracce di tutte loro. Si sentiva sola, eppure non riusciva a fare niente per cercarle. Troppo difficile, troppo doloroso.

Incontrò nuove amiche, ma il rimpianto per aver perso qualcosa di così importante non la lasciava mai.

 

 

Passarono molti anni, F. lavorava in un’altra città, e un giorno suo fratello le disse che esisteva una cosa chiamata facebook e che C. lo aveva contattato per sapere di lei.

Fu come scongelare un pezzetto di cuore.

Nel giro di poche settimane le cinque migliori amiche erano di nuovo in contatto. Ognuna di loro aveva alle spalle un pezzo di vita percorso senza le altre, ma rientrarci fu un attimo.

Nel loro primo incontro tutte insieme, dopo piùdi dieci anni dall’ultima volta, si scoprirono cambiate ma identiche,  e parlare era facile come se si fossero viste appena la sera prima.

Ognuna aveva fatto esperienze e scelte diverse, le loro idee non erano le stesse di quando erano ragazzine, vivevano a chilometri di distanza, ma il bene che si volevano non era cambiato di una virgola.

Questo weekend sono stata nella città dove tutte noi siamo nate e cresciute, ho fatto seicento chilometri in due giorni e mi sono nuovamente ritrovata con le mie meravigliose migliori amiche.

L’ultima volta che ci eravamo viste tutte insieme, la seconda contando anche il primo mitico ritrovo, era stata quattro anni fa. Nel mezzo, telefonate, messaggi, qualche incontro con un paio di loro.

Vedersi tutte insieme, tra l’altro a casa del padre di una di loro, dove da piccole passavamo interi pomeriggi e serate, è stato un tuffo nel passato.

Eravamo noi venticinque anni fa, cinque ragazzine che per una sera hanno lasciato a casa mariti, compagni, figli, lavoro e casini vari per tornare, solo un attimo, adolescenti che ridono di nulla mangiando una pizza. E’ stato stupendo.

Non ho mai più avuto amiche come loro. Ed è incredibile che pensavo di averle perse per sempre, e le ho ritrovate. E’ stato uno dei regali più belli che la vita mi abbia fatto.

Per quanto io adesso non lo sopporti, magari a bassa voce ma devo dirlo:

grazie facebook.

 

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Riflessioni strettamente personali e quotidiane su figli, uomini, musica, danza, teatro, ecologia, psicologia, letteratura, arte, giochi e tante altre diavolerie a cui nessuna donna dovrebbe mai rinunciare

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