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in loving memory

 

E’ passato un mese, ma sembra ieri che lui era là, a riempire di pelo il cuscino del divano.

La scatola dei croccantini l’ho buttata via domenica, solo perchè la grande, con la naturalezza disarmante dei bambini, mi ha detto ‘mamma, i croccantini li puoi buttare tanto Frengo è morto’.

Incredibile, come suoni quella parola nella bocca di un bambino, spogliata di tutta la sua valenza dolorosa e terrificante, rimane solo una parola per dire che qualcuno non c’è più.

Frengo (lo so, nome assurdo per un gatto, ma il mio compagno e il suo coinquilino, quando lo hanno adottato, erano fissati con i personaggi di Albanese) era il nostro gatto. Viveva con noi da dieci anni, con il mio compagno da quindici, da quando lui e il suo migliore amico lo avevano portato nel loro appartamento di studenti universitari.

Era un bellissimo e bastardissimo gatto tigrato marrone, che si è fatto quindici anni di viaggi tra la toscana e la calabria e il veneto. Odiava quel maledetto trasportino, ma veniva con noi sempre, lo lasciavamo solo se stavamo via per il weekend.

Ha visto le mie bambine appena nate, e con gattesca rassegnazione e una punta di indifferenza ha sopportato che lo considerassimo un po’ di meno. Si è lasciato tirare le orecchie e il pelo e la coda senza mai una volta alzare le unghie su quelle manine, quelle stesse mani che lo abbracciavano e carezzavano (a volte anche contro pelo).

Frengo se n’è andato un mese fa.
Lo abbiamo cercato dappertutto, in giardino e nei dintorni, ma era buio e pioveva e non si vedeva nulla. Siamo tornati a carcarlo la mattina dopo, ma niente.
La cosa incredibile è che si muoveva a fatica, come ha fatto ad andare lontano?
Lo sapevamo che era questione di poco, di giorni,  lo avevamo salutato.
Era malato, ridotto pelle e ossa, il naso sporco e il pelo opaco, gli occhi tristi e spenti.

Il veterinario ci aveva detto che non si poteva operare, non avrebbe retto neanche l’anestesia. Lui lo sapeva, ovviamente, e ha aspettato che fossimo tutti fuori per andare a morire lontano da occhi pietosi.

Avevamo pensato di portarlo dal veterinario per l’iniezione, e invece ha fatto tutto da solo, ci ha risparmiato un dolore forse anche più grande.

Me lo avevano detto che molti animali fanno così, che quando muoiono vanno a nascondersi, ma non pensavo che sarebbe successo davvero.
Avevo paura di svegliarmi una mattina e trovarlo senza vita, rigido, sul divano (non dormiva più con noi) o sul pavimento di cucina.
Avevo immaginato di raccoglierlo amorevolmente, avvolgerlo in un telo e poi farlo riposare nel nostro giardino.
Avevo immaginato di poterlo salutare l’ultima volta, e di saperlo tranquillo vicino a noi, per sempre.
Invece è sparito, ed è morto da solo, e quella sera pioveva e lui era tutto bagnato di sicuro, e  chissà, forse qualcuno lo ha trovato sentendo la puzza e lo ha buttato nel cassonetto, o peggio lo ha trovato qualche ratto, e questo non riesco a sopportarlo.
Ma poi penso che se lui ha deciso così forse era anche perchè non voleva che lo trovassimo (cazzo se si era nascosto bene).
Lo avevamo pianto nei giorni prima, abbiamo pianto dopo.
Adesso voglio ricordare di lui non l’ultimo periodo, in cui era magro e senza forze, ma solo i momenti belli:
quando tu eri seduto tranquillo e lui, con i suoi cinque chili, ti saltava in collo piazzandoti le unghie nei jeans, sistemandosi finchè non era comodo, incurante di provocarti numerosi buchi nelle cosce;                                                                        quando cominciava a miagolare incessantemente perchè aveva fame, ed erano le cinque di pomeriggio;
quando dovevamo partire, e lui si nascondeva appena vedeva una valigia;          quando provava a trombarsi il mio vecchio gatto di peluche, incazzandosi come una mina perchè non trovava il buco.

Ciao Fre, dovunque tu sia, ci manchi da morire.

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Riflessioni strettamente personali e quotidiane su figli, uomini, musica, danza, teatro, ecologia, psicologia, letteratura, arte, giochi e tante altre diavolerie a cui nessuna donna dovrebbe mai rinunciare

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